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Protezione attiva del ghiacciaio
Il termine “global warming” storicamente legato al mondo accademico e degli esperti di climatologia è entrato prepotentemente nel nostro vocabolario. L’argomento è stato ampiamente trattato a livello mondiale: basti pensare all’enorme successo di pubblico del film-documentario di Al Gore Una scomoda verità e alla rilevanza che i media hanno dedicato al problema.
Ciononostante, in Italia si nota una diffusa tendenza a considerare il fenomeno in maniera distaccata, quasi fosse un problema relegato ai poli del globo, senza nessun tipo di conseguenza tangibile all’interno dei confini del Belpaese.
Così purtroppo non è: in Italia esistono oltre 800 ghiacciai montani che per via della loro ridotta estensione e della collocazione ad una latitudine medio-bassa, stanno fortemente risentendo dei cambiamenti climatici in atto. La riduzione dei ghiacciai alpini è un fenomeno in ascesa e le misurazioni compiute su di essi nell’ultimo secolo mostrano ingenti perdite sia areali che volumetriche.
Ma esistono dei metodi per rallentare l’ablazione? Vale a dire lo scioglimento del ghiaccio dovuto all’irraggiamento solare?
La ricerca glaciologica moderna ha portato ad una possibile soluzione del problema prendendo spunto dall’osservazione empirica di un fenomeno naturale: si tratta del cosiddetto fenomeno dei “funghi di ghiaccio”, cioè di quelle formazioni fungiformi costituite da una roccia (che fa da “capocchia”) sostenuta da un gambo di ghiaccio di elevazione variabile (si va da pochi centimetri a oltre un metro).
Queste bizzarre strutture si formano grazie alla cosiddetta ablazione differenziale, ovvero la differenza di ablazione che intercorre tra una superficie di ghiaccio non coperta, e quindi interamente esposta all’irraggiamento solare ed una superficie “protetta” da detriti rocciosi.
Se la copertura detritica è particolarmente fitta, le radiazioni solari non riescono a penetrarla efficacemente e di conseguenza lo scioglimento del ghiaccio sottostante è notevolmente ridotto rispetto a quello di una superficie di ghiaccio “pulito”.
Da questo punto di partenza si sono sviluppate le ricerche sulla mitigazione artificiale dell’ablazione, volte a riprodurre questo particolare fenomeno naturale.
Eppure, fino a pochi anni fa, in Italia non era stato ancora approntato nessun tipo di protezione attiva del manto glaciale.
E’ così che nel 2007 l’Università degli Studi di Milano, attraverso il Dipartimento di Scienza della Terra e Levissima ha deciso di dare vita ad un progetto di ricerca e di sperimentazione attiva sulla mitigazione degli effetti del riscaldamento globale.
Per questo innovativo progetto si è scelto di condurre la sperimentazione sul Ghiacciaio Dosdè Orientale Gruppo Cima Piazzi, zona alpina dell’Alta Valtellina da cui ha origine la stessa acqua Levissima.
La prima fase della ricerca, coordinata dal professor Claudio Smiraglia e dalla dottoressa Guglielmina Diolaiuti, è consistita nel collocamento di una stazione metereologica automatica AWS (Automatic Weather Station) che potesse fornire una registrazione precisa e continua della temperatura dell’aria sul ghiacciaio.
La stazione, situata a 2.800 metri di altezza è oggi la più alta presente su ghiacciaio di tutta la Lombardia ed è diventata fonte indispensabile di dati scientifici per il Comitato Glaciologico Italiano, e per la comunità scientifica tutta.
Ma il vero fiore all’occhiello del progetto di ricerca sul Dosdè è l’esperimento, senza precedenti in Italia sulla mitigazione dell’ablazione.
Attraverso lo stendimento di un telo ampio 150 mq di materiale geotessile (composto di poliestere e propilene, privo di sostanze nocive e perciò termicamente smaltibile) su una porzione di pari dimensioni del ghiacciaio gli esperti hanno realmente coperto parte del ghiacciaio.
Il telo, disposto il 14 maggio scorso, si è posto come barriera protettiva tra i raggi solari e la neve sottostante, arginando gli effetti della normale fusione del ghiaccio dovuta al riscaldamento della zona nel periodo primaverile ed estivo. Il 21 novembre, data di conclusione dell’esperimento, i risultati ottenuti hanno largamente soddisfatto il gruppo di ricerca: il volume di acqua preservato è risultato di circa 115 metri cubi, vale a dire 115.000 litri di liquido, e l’ablazione totale è stata ridotta del 66 per cento.
Un traguardo importante, sottolineato anche dal partner dell’iniziativa Levissima, da sempre attenta a considerare l’acqua non solo come un bene da consumare, ma una risorsa da proteggere, garantire e rinnovare. “Questo contributo alla ricerca scientifica rappresenta per Levissima un importante tassello di quella che è la filosofia aziendale che da sempre ci guida”, dichiara Federico Sarzi Braga, direttore Business Unit di Sanpellegrino, “L’acqua è un bene da rispettare, una risorsa da tutelare e soprattutto una responsabilità da assumere”.
Grande compiacimento anche da parte degli studiosi che vi hanno lavorato con dedizione: “siamo molto soddisfatti del risultato di questo primo esperimento”, conferma il Professor Smiraglia, “uno dei prossimi passi della ricerca sarà quello di riposizionare il geotessile su una porzione accanto a quella coperta nel 2008, in modo da salvare un’altra parte di superficie del ghiacciaio e consentire in tal modo una migliore distribuzione degli effetti positivi ottenuti”. L’esperimento continua.
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